Gesamtzahl der Seitenaufrufe

Freitag, 8. März 2013

Poesia italiana

Heute gibt es auf meinem Blog zum ersten Mal einen Gastartikel. Ich fand den Text so wunderschön ... den musste ich einfach unter die Leute bringen. Auch wenn viele von Euch das jetzt Folgende leider nicht verstehen können.

Der Artikel ist auf italienisch. Wie einige von Euch wissen, habe ich familiäre Beziehungen nach Italien und ich liebe einfach diese Sprache. Sie klingt und liest sich so wunderschön poetisch.

[Spoiler]... die Übersetzung befindet sich am Ende des Textes.

Aber länger möchte ich Euch nicht auf die Folter spannen, lest, was die cruccagoestotown geschrieben hat:



Mattina

La mia mattina.

Blue skies smiling at me..nothing but blue skies, do I see……
Non ho ancora capito se usare una delle mie canzoni preferite come suoneria per la sveglia sia o meno stata una buona scelta. O forse l’ho capito e non voglio ammettere che comincio ad odiarla quella canzone. E pensare che fino a qualche tempo fa, ogni volta che la sentivo pensavo ai colori, al calore, l’odore d’estate……bei tempi quelli. Ora quando sento quel rumore, la prima cosa che vedo è il bianco del soffitto sfocato aprendo gli occhi. Li richiudo canticchiando fra me e me. Non mi va di alzarmi. Mi rigiro su un fianco alla ricerca del “mio” odore e lo trovo subito, sempre li. Sorrido, va già meglio.
Il tempo è prezioso penso..”è tardi è tardi!” direbbe il Bianconiglio.
Tra una maglietta ed un calzino, un morso alla crostata non me lo toglie nessuno. Due sorsate di thé, lasciato poi li sul tavolo che la sera torni a casa e come tutti i giorni ti ha macchiato la tazza e giù a strofinare per levare i segni della fretta.
Esco in strada, affollata come sempre di persone, e di gabbiani che dall’alto osservano i sacchetti colmi di verdure aspettando che qualcosa ne esca cadendo a terra.
Cerco di ricordarmi dove ho messo la macchina…brutta storia la routine. Ti confonde le idee su quello che è passato e quello che è presente. Mescoli i giorni, perdi la cognizione del tempo. Quando è stata l’ultima volta che ho preso la macchina? Ah si quella sera che siamo andati a casa di Giulia e abbiamo incontrato Andrea che era tanto che non si faceva vedere, chissà perché ogni tanto sparisce nel nulla quell’uomo… Eccola! Ho trovato la macchina, salgo e la mente si resetta. Dove andiamo? A lavorare, e dove altrimenti. Posteggio, caffè e sigaretta al sole. A volte non è così male la routine! Quei cinque minuti di relax con il calore che ti entra a fondo nelle ossa sono una goduria. Fumare fa male. Questo lo sappiamo tutti, ma ogni fumatore concorderà con me che quel piccolo lasso di tempo é veramente prezioso.
Salgo le scale, apro la porta, saluto con un rapido “buongiorno” mentre mi siedo ed accendo il pc.
Si illumina la stampante. Sbuffa.
Emette qualche rumore meccanico di quelli striduli che ti affaticano le orecchie ancora dormienti e stampa un foglio.
Lo prendo, c’è scritto “Buongiorno un corno!”. ”Siamo nervosette” penso tra me e me.
“Cosa c’è che non va?” Le chiedo.
Rumori brevi stavolta, ne esce un foglio bianco.
“Testarda capricciosa che non sei altro! Sputa il rospo, che me ne faccio di un foglio vuoto?! non puoi startene sulle tue per tutto il giorno!”
Qualche rapido rumore di assestamento e poi il nulla. Silenzio.
“Fai pure, peggio per te” Penso.
Indifferenza. E’ proprio vero che l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto. Ma non posso darla vinta a lei, è una stampante!
Dirigo il mio sguardo altrove, fascicolo, controllo la posta, mi soffermo a scegliere la penna più morbida finché ad un tratto..”Zit Zit, Zap, Zat, Drrr, Drrrr”.
Alzo gli occhi e vedo i suoi, iniettati di un rosso elettronico, “ci siamo” penso.
Esce un foglio, due, tre, dieci, cento.. mi avvicino immaginando che deve avercela su per qualcosa di veramente grave e che ne avrò per molto a leggere tutta quella roba…duecento, trecento, cinquecento, mille. E’ inarrestabile.
Cerco il primo foglio, se voglio capirci qualcosa devo pur partire dall’inizio!
I fogli cominciano a cadere uno dietro l’altro dal vassoio, ne prendo alcuni.
Li guardo. Simboli, solo simboli, non una parola.
Ne prendo altri, ancora simboli.
Li osservo stupita mentre lei continua a stampare senza sosta.
“Non ne verrò mai a capo” penso.
Simboli su simboli, differenti uno dall’altro ma disperatamente uguali nel significato, nullo. Concentrata a decifrare quei pochi fogli che tengo in mano, non mi accorgo minimamente di quello che sta succedendo intorno a me, ma qualcosa, forse una sensazione, mi porta a spostare lo sguardo verso ciò che mi circonda.
Fisso il vuoto, vuoto per modo di dire, in tutta la mia vita non ho mai avuto tanta compagnia nello stesso istante, credo. Milioni e milioni di caratteri si sono staccati dalla carta e ora stanno fluttuando nell’aria, davanti ai miei occhi increduli, formando vortici di inchiostro e chissà, forse anche messaggi a me del tutto incomprensibili.
Si muovono incessantemente con una rapidità che mi fa girare la testa, provo a seguirli, a toccarli, ma come fossero stormi di minuscoli uccelli neri, appena allungo una mano e mi avvicino a loro, cambiano direzione esibendosi in danze  sontuose. Comincio a pensare di avere le traveggole, e mi chiedo quale sia l’espressione stampata sul mio viso di fronte ad uno spettacolo del genere.
Si muovono da una stanza all’altra, li inseguo, li chiamo.
“Ehi voi, mi sentite?! Cosa state facendo, cos’è che volete dirmi? Fermatevi un attimo, vi prego!”
Sono sordi. Oppure estremamente scortesi.
Continuano a danzarmi intorno quasi volessero prendersi gioco di me, ma non rispondono.
Mi passano tra i capelli, sotto le gambe, mi sbeffeggiano avvicinandosi al mio naso per allontanarsi ad una velocità che neanche lo sguardo riesce a cogliere.
Vortici, ipnotizzata non riesco a staccare gli occhi. Ancora vortici, mi gira la testa. Chissà se gli altri stanno vedendo quello che vedo io o se sono stata chiaramente colta da pazzia improvvisa, non ricordo neanche se ero sola, chi c’era con me? “li vedete?” comincio a chiedere, “li vedete anche voi?” a voce sempre più alta. La testa gira, si avvicinano, mi avvolgono, gira, gira, dove sono, chi siete, la testa vuota, un rumore.
Blue skies smiling at me… nothing but blue skies, do I see.
************************

Na? Habe ich zuviel versprochen? Nein, ich denke nicht. Meine Empfehlung an Euch gilt daher, der cruccagoestotown zu folgen. Den original-Artikel findet Ihr direkt auf Ihrem Blog. Oder rechts über meine Blogroll

***************

Hier jetzt also die versprochene Übersetzung:


Der Morgen

Mein Morgen

Blue skies smiling at me, nothing but blue skies, do I see ...

Ich weiß noch nicht, ob es eine gute Wahl war, ausgerechnet eines meiner Lieblingslieder als Weckmelodie festzulegen. Oder vielleicht weiß ich es  und ich will nicht zugeben, dass ich anfange, dieses Lied zu hassen.  Denn ich denke daran, dass bis vor Kurzem beim Hören dieses Liedes meine ersten Gedanken den Farben, der Wärme, dem Duft des Sommers galten ... an schöne Zeiten.  Wenn ich jetzt diesen Ton höre, ist das erste, was ich beim Öffnen meiner Augen mit verwischtem Blick sehe, das Weiß der Decke. Ich will nicht aufstehen. Ich drehe mich auf die Seite auf der Suche nach „meinem“ Geruch und ich finde ihn sofort, er ist immer da. Ich lächel, es geht mir gleich besser.

Zeit ist kostbar, denke ich. „Es ist spät, es ist spät“ würde Mr. Rabbit sagen.

Während ich mir Bluse und Socke anziehe, nehme ich einen Bissen. Mehr nicht. Zwei Schluck Tee, ich lasse alles auf dem Tisch liegen und wenn ich abends nach Hause komme, entdecke ich die mittlerweile angetrocknete Tasse, die dir deutlich zeigt, dass du mal wieder in Eile warst.
Ich gehe raus auf die Straße, die wie immer mit Menschen überfüllt ist und von Möwen, die im Flug die Gemüsetüten beobachten, immer darauf wartend, dass etwas daraus auf den Boden fällt.

Ich versuche, mich daran zu erinnern, wo ich das Auto geparkt habe ... dumme Sache mit der Routine.  Dich verwirren die Gedanken über das, was gestern war und über das Heute.  Vermischt man die Tage, verliert man die Zeit. Wann habe ich das letzte Mal das Auto genommen?  Ach ja, an dem Abend waren wir bei Giulia und haben Andrea getroffen,  der manchmal aus dem Nichts auftaucht und dann plötzlich wieder verschwunden ist,  dieser Mann ... ah, hier! Ich habe das Auto gefunden, ich steige ein und die Gedanken werden auf null gesetzt.  Wohin fahren wir? Zur Arbeit, was sonst! Parken, einen Kaffee und ne Zigarette in der Sonne. Manchmal ist die Routine gar nicht so schlimm.  Diese fünf Minuten der Entspannung mit der Wärme der Sonne, die deinen Körper durchströmt, sind ein Genuss. Rauchen ist schlecht. Das wissen wir alle aber jeder Raucher wird mir zustimmen, dass dieser kleine Moment wirklich wertvoll ist.

Ich gehe die Treppe rauf, öffne die Tür, während ich an meinen Platz gehe, mich setze, den PC einschalte sage ich ein schnelles „Guten Morgen“.  Die Lampe des Druckers leuchtet. Schnauf!
Er gibt einige mechanische Geräusche von sich, schrilles Piepsen, das in meinen noch müden Ohren schmerzt und druckt eine Seite.
Ich nehme es, darauf steht „Guten Morgen, mein Arsch“. „Wir sind nervös“ denke ich mir so für mich.  „Was ist los mit dir?“ frage ich ihn. Diesmal nur kurze Geräusche und ein weißes Blatt Papier kommt heraus.

„Stures und launisches Ding bist du. Spuckst hier einfach ein weißes Blatt Papier aus, was soll ich damit? Kannst du nicht einfach nur da rumstehen?“

Kurze, schnelle Geräusche der Kalibrierung und dann nichts. Stille.

„Mach doch, ist schlimmer für dich“, denke ich mir.

Gleichgültigkeit.  Es ist wahr – Gleichgültigkeit ist schlimmer als jede Beleidigung.

Aber ich kann ihm den Sieg nicht geben ... es ist ein Drucker!

Ich schaue woanders hin. Checke Dateien, prüfe Emails, schaue nach dem richtigen, weichen Stift, bis plötzlich ... „zit, zit, zap, zat, drrrr, drrrr“.

Ich hebe meine Augen, sehe seine, unterstützt von einem roten elektronischen Licht. „Da sind wir“, denke ich.

Er spuckt ein Blatt aus, zwei, drei, zehn, hundert ...  Ich nähere mich ihm, stelle mir vor, dass es was wirklich Übles sein muss, was er hat und dass mir nichts anderes übrig bleibt als das alles zu lesen ... zweihundert, dreihundert, fünfhundert, tausend. Es ist unaufhaltsam.

Ich suche das erste Blatt, um herauszufinden, wo der Anfang war.

Die Blätter beginnen, eines nach dem anderen, aus dem Fach zu fallen, ich nehme mir welche.

Ich schaue sie mir an. Symbole. Nichts als Symbole. Kein einziges Wort.

Ich nehme weitere... weiter nur Symbole.

Ich schaue sie dumm an, während er ohne anzuhalten weiter druckt.

„Ich werde hier nochmal verrückt“ denke ich.

Symbol für Symbol, jedes für sich ein anderes aber verzweifelt gleich in deren Bedeutung: nichts. Konzentriert darauf, diese auf den wenigen Blättern, die ich in der Hand halte, zu entschlüsseln, bemerke ich nichts, was um mich herum passiert, aber irgendetwas, vielleicht eine Sensation, führt mich dazu aufzublicken auf das, was mich umgibt.

Ich starre auf die Leere, zu leer, um es auszudrücken, ich denke, ich habe in meinem ganzen Leben noch nie so viel Gesellschaft gehabt.  Millionen und Abermillionen von Zeichen auf dem Papier schweben vor meinen Augen, bilden Wirbel aus Tinte und wer weiß, vielleicht auch völlig für mich unverständliche Nachrichten.

Sie bewegen sich mit einer Geschwindigkeit, die mich schwindlig werden lässt, ich versuche, ihnen zu folgen, sie zu berühren, als seien sie Schwärme winziger schwarzer Vögel, strecke ich die Hand aus, um sie zu berühren,  aber sie ändern ihre Richtung und setzen ihren kostbaren Tanz fort. Ich fange an, zu glauben, Dinge zu erkennen, zu sehen und ich frage mich, wie wohl mein Gesichtsausdruck angesichts dieser besonderen Show sein muss.

Sie bewegen sich von einem Zimmer ins andere, ich folge ihnen, ich rufe sie.

„Hey, Ihr, hört Ihr mich? Was macht Ihr da, was wollt Ihr mir sagen? Bleibt kurz stehen, ich bitte Euch!“ Sie sind taub. Oder extrem unhöflich.

Sie tanzen weiter um mich herum, als wollten sie mich verspotten, aber sie antworten nicht.
Sie fahren durch meine Haare, unter die Beine, verspotten mich, während sie meiner Nase näher kommen, um dann wieder mit einer Geschwindigkeit zu verschwinden, dass ich sie nicht mit den Augen verfolgen kann.

Sie wirbeln, hypnotisieren mich, ich kann die Augen nicht von ihnen lassen. Immer noch wirbelnd, schwirrt mir der Kopf.

Wer weiß, ob die anderen auch das sehen, was ich sehe, oder werde ich von plötzlichem Wahnsinn ergriffen? Ich kann mich noch nicht einmal daran erinnern, ob ich allein bin, sind noch weitere hier? „Sehrt Ihr sie?“ beginne ich zu fragen, „seht Ihr sie auch?“ frage ich mit noch lauterer Stimme.  Mir schwirrt der Kopf, sie nähern sich, sie umwickeln mich, drehen, drehen, wo bin ich, wer seid Ihr, der Kopf ist leer, ein Geräusch.


Blue skies smiling at me… nothing but blue skies, do I see.





Keine Kommentare:

Kommentar veröffentlichen

Hinweis: Nur ein Mitglied dieses Blogs kann Kommentare posten.